Come iniziare

Ma voi, non avete paura di impazzire? Prendo tempo per riflettere. Perché esiste un grossa dicotomia biologica nell’essere umano: lottare per vivere o essere gli artefici di una battaglia contro se stessi.

Mi fa paura anche chiamare per nome la Morte e la Malattia. Non riesco a elaborare queste parole senza sobbalzare. Eppure. Eppure, l’ho vista. Diciamo che me l’hanno aggirata e raggirata facendomela vedere di lontano, strappandomi mia madre poco a poco, fino a non farmela vedere mai più. Chissà se fecero bene. Chissà se fu la scelta giusta quella del cunctator che aspetta il -come chiamarlo- kairòs, il momento oppurtuno? E per dire:

-la mamma è andata via.

Questa frase la ricordo bene, Bari, pane e pomodoro, qualche giorno dopo il 20 aprile 2006. Età: 8 anni.

Tutto questo mi rende me.

Eppure, mi fa male vedere i bambini senza una madre. Mi chiedo: ma come faranno? Mi viene da piangere, forse. Senza pensarci che anche io ho trascorso 13 anni su 21 senza una mamma. E come ho fatto? Inerzia a vivere; amore paterno; forza interiore che non sai nemmeno tu dove l’hai presa.

Mia madre se n’è andata per una malattia chiamiamola pure incurabile. Non voleva, lei. Non voleva morire.

E poi, mi sono anche laureata. Pochi, in verità, hanno speso una parola per Lei, la grande e la vera madre, la sineddoche dell’abbraccio primordiale dell’amore.

 Molti, hanno ricordato chi per mano mi ha preso. Ma io ho preso la mano di mio padre e le mie manine le ho strette in un pugno. Ero proprio una surfista che scavalcava un’onda troppo grossa. Ma il paragone mi viene meglio pensando alla Grecia e mi sentivo probabilmente come una bambina -ciò che ero, pur non sapendolo (perché nessuno me lo ricordava)-  scaraventata dal meltemi su un letto di sabbia, in riva al mare. Dovevo sostenere l’onda d’urto della perdita e pretendevano -anche- che io avessi la nobiltà d’animo e la maturità di comprendere (ma come dovevo fare? Avevo o non avevo 8 anni?) che mio padre avesse bisogno di ricostruire il suo cuore facendosi prendere per mano -lui, non io- da una donna.

A me, per mano  -anzi sulle spalle- quel giorno, a preso mio padre e nessun altro. E mia nonna -la mamma di mamma- è stata mia madre.

Ma tutti pretendevano che io capissi senza spiegarmi niente.

E adesso vedo le bambine di otto anni e mi sembrano così piccole. E così viziate bonariamente dalle loro mamme, così coccolate, così amate.

Io vivo ancora un platonico amore a distanza -storia della mia vita- con Lei che non smette di amarmi, con Lei alla quale devo ogni mia molecola del corpo, ogni briciola del mio carattere singolare, ogni mia ansia e ogni mia fretta.

Perché chi ce lo dice che abbiamo la vita davanti?

Per chi mi chiede chi mi dia tutta questa fretta. Per chi mi dice che mio padre metterà la buona parola di turno per il mio futuro. Per chi dice che la strada che intraprenderò sarà difficile.

Per chiunque mettesse muso e becco: io, quello che sono, lo devo a questo.

 Perché nessuno mi ha mai insegnato come si fa -a (sopra)vivere- e da quando Lei non è vicino, da quando Lei non è in questa casa ho capito che si deve sudare, sudare e ancora sudare.

Ottenere con il succo delle tue cazzo di goccioline. Ecco tutto.

Pubblicato da rhoserom

rosarianna97@gmail.com

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