Ci rendiamo conto o no che uomini, giovani belli e brutti, il 24 maggio 1915 si mossero per la guerra, per andare-a-combattere-per-la-patria-e-per-l’Italia? Ci rendiamo conto o no che si credeva in un Inno all’Italia che aveva compiuto da poco 50 anni e che, maldestramente, si schierò contro austriaci e tedeschi?
Ogni tanto, non dico sempre, non fa male rendersi conto di questo: anche se questa epifania viene incontro una sera d’estate, anche se questo scontro avviene in un paese che non sempre apprezza un film con i grandi Alberto Sordi e Vittorio Gassman della durata di 2 ore e 17 minuti.
È che ogni tanto -ripeto- si pone questo fortunato ed improvviso abbraccio tra la storia e la piazza e serve ringraziare chi lo rende possibile e fruibile: Lucio Romano, assessore alla cultura.
Anche se la piazza si svuota e il vento imperversa, ho sentito un uomo dire: “Signora! Mi arriva la luce del telefono! Lo spenga! C’è il film!”. Vi giuro, io l’ho sentito.
Ho visto uomini e donne, famiglie e vecchi, bambini e biciclette affascinati e incuriositi da questa novità che si presentava a Gioia del Colle (Ba).
Il film era un capolavoro; anche se qualcuno non ha resistito sino alla fine, la vittoria è tratta già nel momento in cui le persone sono lì, pronte a vedere un film degli anni Cinquanta, sulla Prima Guerra Mondiale, nel 2019! Nel 2019! In un’Italia che è affranta da una demenza senile storica che non è quella dei nostri nonni, belli e arrugginiti che comunque cantavano Il-Piave-Mormorava e Lili-Marleen: è una demenza senile voluta e quasi imposta dalla volontaria scelta di non ricordare il passato per fare spazio ad un presente vuoto che dura quanto una storia di Instagram. Perché è più divertente mettere un post del mare e dello Spritz piuttosto che dell’Arco Cimone di Gioia del Colle e il proiettore con La grande Guerra (1959) – un film diretto da Mario Monicelli e prodotto da Dino De Laurentis. E’ più divertente, sì, ma lo è anche sfidare le convenzioni e sedersi su una gradinata del centro storico e lasciarsi trasportare dal nostro dovere di conoscenza, dal piacere di ricordarsi -sempre ogni tanto- che cento anni fa scoppiò una Grande Guerra. E che quando finì ne scoppiò un’altra.
Magistrale, l’interpretazione di Alberto Sordi, giovanissimo in un 1916 dall’odore stagnante di coscrizione, volontari e trincee. Romano e pauroso, accompagnato da un Vittorio Gassman furbo e bellissimo, persino capace di allietare la guerra con la lussuriosa compagnia della splendida Costantina, interpretata da Silvana Mangano.
Sui libri di storia c’è scritto che le reclute pervenute da ogni parte d’Italia -milanesi e romani, calabresi e siciliani- aiutarono ad alimentare il sentimento di Unità Nazionale, sciolto da becero provincialismo. Sud e nord unito in un fronte e nel fango, tra le mani mozzate e i compagni tumefatti: “un’intera nottata buttato vicino a un compagno massacrato con la sua bocca digrignata volta al plenilunio con la congestione delle sue mani penetrata nel mio silenzio”, scrisse Ungaretti. Quale sia, la provincia del compagno massacrato caro al poeta a noi non è dato sapere, ma sicuramente non era la medesima dell’autore.
Sordi e Gassman mostrano questo, una amicizia non cercata ma comunque autentica, fuor delle battute del milanese incallito che comunque non guastano il tentativo di strappare un sorriso alla platea; amaro sorriso in una ricostruzione di anni tra la melma e il sangue, tronco senza gambe, come scriveva il poeta Clemente Rebora.
Alberto Sordi impersona i versi di Ungaretti. Alberto Sordi gridando Ma-che-siete-matti-aò!-ma-che-si-ammazza-così-la-gente?-e-mo’-chi-ve.lo-dice-chi-lo-fa-il-ponte-di-barche?-lo-sapeva-solo-lui-io-non-so-niente!- Io- c’ho- paura…c’ho… IO-NON-SO-NIENTE! IO-SONO-UN-VIGLIACCO!
Alberto Sordi attaccato al muro piangendo è Giuseppe Ungaretti che grida Non sono mai stato tanto attaccato alla Vita.