Avanti, con la coppa, tra i banchi della nave veloce
scorri, e strappa i tappi dei concavi vasi,
attingi vino rosso mondato della feccia.
Non potremo certo rimanere sobri durante questa veglia.
Archiloco, Fr. 4, 5-8 W
Bianchi, i tavoli coperti da lunghe tovaglie candide che cingevano appena l’asfalto di Piazza dalla Chiesa, ieri, 6 settembre; bianche, le vesti dei convitati del simposio cittadino Joha in Bianco – Cena Sotto Le Stelle, evento organizzato dall’associazione I bisbigli dell’anima nella persona di Barbara Baldari, con il patrocinio del Comune nella figura dell’Assessore alla Cultura, Lucio Romano.
Neve è precipitata dal cielo su Gioia del Colle, neve che tinge di bianco, neve che colma le depressioni della strada e smorza le imperfezioni delle vie, neve che omologa e stravolge la città, neve che distrugge i colori col suo drappeggio; neve che colpisce quasi settecento gioiesi rendendoli fratelli, uniti nella condivisione e nella convivialità dal sapore di Bacco e libagione, dal suono di note e risate, dal calore di sguardi e di sorrisi, di fotografie ed amici.
Ventidue tavolate bianche, ognuna personalizzata dal gusto singolare di altrettanti capotavola, voci creative dell’intera serata; un palco ed innumerevoli anime impegnate in una ritemprante danza dionisiaca da fine dell’estate.
Come giusto sottofondo, il tintinnare cristallino di brindisi ha cambiato di segno la realtà urbana, trascinandola in uno spazio altro -spazio felice, spazio dislocato, spazio bianco- lontano dalla sempre uguale vita cittadina e portavoce della memoria di civiltà antiche, nelle quali il simposio era fetta imprescindibile della routine, portatore di versi e cantato in versi. Dopo il banchetto mangereccio (σύνδειπνον), aveva luogo una nuova fase della serata (συμπόσιον) per i commensali greci e romani, nella quale essi si impegnavano nella conversazione, si dilettavano nella lettura di poesie, cantavano carmi conviviali, assistevano a danze ed acrobazie di vario genere.
Il medesimo clima di incanto e partecipazione si è diffuso nella calda serata settembrina, diversa dai soliti trattenimenti -rituali anch’essi- dei monotoni venerdì sera, nei quali un solo membro della comitiva prende da bere e gli altri restano tutt’attorno -semplicemente restano– aspettando le due di notte senza discorsi, senza musica, senza poesie, senza aggregazione; opposta ai sabato trascorsi mangiando coercitivamente nelle pizzerie del paese accanto, se-no-ci-conoscono-tutti.
L’atmosfera che si percepiva ieri era contraria a tutto questo: era la precisa volontà -rarissima, per alcuni, eppure percepita- di desiderare di restare nel proprio paese, in quanto quel paese -e non quello accanto- assume le fattezze di piazza in festa, nella quale non ci sono solo carne e cavatelli, mozzarelle -le solite- e friselle, ma esiste, si muove, è presente la gente -inconsueto, no?- .
Il 6 settembre c’era la gente che ballava, e -non scherzo- a ballare erano tutti -e, per tutti, intendo quasi settecento anime-.
C’era la gente che cantava. C’era la gente che esultava (“Claire, Claire, Claire!” un nome tra tanti, la mia, la nostra capotavola). C’era la gente che commentava senza scadere nel banale.
C’era la gente che voleva salire sul palco. C’era un vecchio che ballava e giovani in cerchio, attorno.
Non c’era il solito, ieri si respirava l’eccezione: per noi non c’era il solito venerdì nei soliti bar. C’era una piazza e settecento persone. C’era la città a creare il venerdì.
Il Paese abbracciava la gente, felice di calpestare il grigio pavimento urbano e non quello di un locale. C’era la gente che rendeva la piazza viva e le attività locali in fibrillazione per offrire cibo e vivande a settecento persone.
C’erano gioiesi che godevano di una serata d’eccezione, lontana dal comune luogo, più vicina al simposio classico che al solito, paesano giogo.