Festa della Mamma

Ci risiamo. Un’altra festa della mamma. Appaiono immagini, ricordi e fotografie in ogni dove. Come pugni su una ferita che sembra essere guarita, ma non lo sarà mai.
È impresa ardua spiegare al profano cosa accade, il giorno della festa della mamma, in chi, la mamma, l’ha perduta.

Dall’anno dei mondiali del 2006 all’anno del coronavirus ne è passato di tempo; eppure, vi assicuro che basta poco e la suddetta ferita si riapre e perde sangue.

Accade; senza accorgersene, fermandosi e realizzando quello che per molti è ormai cosa passata, cioè che dall’azione più naturale della Natura, dall’abbraccio primordiale e geloso della madre al figlio, tu sei privato. Quel che resta, è una foto quadrata sul marmo freddo del cimitero e il mio abbraccio è una rosa posata accanto, in una giornata di primavera dal grande vento e dal cielo nuvoloso che ombra le imponenti tombe gentilizie, tra cipressi e croci, eterni riposi e avemarie; il mio calore è un papavero strappato e sistemato nel portafiori vicino alla medesima fotografia, però in un luogo differente, a casa mia. Il bacio è su un’immagine, proiezione di un tempo che fu e che, fuori da ogni spiegazione logica e razionale, del tempo che ora è.

È un dolore atavico, primitivo, ingiusto esilio, come un ergastolo senza una colpa. Come strappare un cucciolo appena svezzato a una gatta gelosa e protettiva.

Sono salita ancora una volta sulla scala e ho poggiato la palma aperta sulla foto, ho respirato la poca aria che riuscivo all’interno della mascherina e ho osservato i miei disegni di bambina attaccati con lo scotch sempre su quel marmo. Uno di questi contiene una poesia che non ricordo più, scritta da me, nello stesso giorno di oggi di tanti anni fa, su un banco in un’aula della San Filippo Neri, tra gli occhi delle mie maestre commossi, quasi a chiedersi da quale albero miracoloso quella povera bambina -che poi ero io- prendeva la forza per impugnare una penna e scrivere a una madre che ormai riposava nell’eterna Luce.

Me lo chiedo anche io, anche se, la risposta è facile e inutile da dire. Mi sorprendo talvolta nell’osservare che si possa pensare che ero piccola, mocciosetta della quarta elementare; mi stupisco che capiti anche a me credere che i bambini dell’anno della Prima Comunione siano effettivamente tali.

Credo anche che alcuni, più capricciosi (o semplicemente più fortunati) di altri, siano davvero bimbi. Ma, col filtro della memoria della me a otto anni, emendo tali considerazioni, ché mi rivedo consapevole e lucida, ahimè corrucciata d’un velo d’inquietudine (ma, come negare a me stessa, almeno questo?) e di una rassegnazione suprema, la quale non credo -come alcuni potrebbero pensare- derivi soltanto dalla mia mesta puerizia.

Piuttosto, penso che lì, precocemente, si attuò il discrimine tra la mia fanciullezza e l’età adulta. Passaggio rituale che fu accompagnato da atti, persone e luoghi, i quali cuciono i separati lembi della me di adesso, segnati dal prima e dal dopo, nell’insieme della me di adesso, la quale, tuttavia, non è altro che una versione cresciuta della bambina medesima.

Bambina che però -occorre ripeterlo- nonostante tale appellativo, era consapevole dell’arco che stava attraversando, stringendo nella mano un filo che ancora ha con se, come la fede di una vedova che l’accompagna fino al momento in cui riabbraccerà finalmente il suo amato, trapassato prima di lei. Filo sottile come di un capello, corda per scendere nella corte di un’Ade dove è vietato l’accesso; nel Camposanto per il quale la parola d’ordine non è ancora conoscibile e l’alt mi ferma sulla scala, in cima alla quale posso solo scorgere la fotografia di Lei, la mia unica e bellissima mamma, Giancarla Pastore-Romano, dagli occhi verdi e dai capelli neri, la mia Euridice che tolsero alla sua bambina, nonostante non si voltò a guardarla.

Pubblicato da rhoserom

rosarianna97@gmail.com

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