Sono in nave e penso. Sono in un traghetto verso quella terra pulsante di battiti d’avanti Cristo, ognuno con una storia di eroi e battaglie, di salsedine e Dioniso, di democrazia e triremi, di tragedia e teatri. Sono otto ore e mezza che separano il porto di Bari dal porto di Igoumenitza. Sembrano tante. Le persone le occupano imbottendo panini di formaggi e prosciutti, mischiando carte e chiacchierando di mascherine e disinfettanti. Un giorno intero di viaggio, dalla mattina lambendo la banchina barese, sino alla sera finalmente contemplando le coste greche. Mi muovo da sola con più bagagli di un contrabbandiere di confine, con non pochi confort e non meno gironzolanti bambini intorno con famiglie grondanti di viveri e vettovaglie dal fastidioso e inestinguibile accento napoletano. Alle 11.30 ero in un porto. Ero in uno snodo importante del capoluogo di provincia pugliese. Ero in un porto. La processione lenta dei camion sovraccarichi di rimorchi sfilava dal ventre della nave. Autisti sudati in canottiera poggiavano le loro mani assonnate sui volanti logori in manovre esperte; dopo una notte ancora di birre bionde e pensieri oscuri, poggiavano i piedi sui pedali e le ruote svettavano sul suolo italiano. Ero al porto. Crocevia di scambi, melodia di sbarchi, poesia di viaggiatori, agonia di naufraghi. Ero al porto di Bari, lontano 2.739,4 km dal porto di Beirut. Ero al porto di Bari e pensavo all’esplosione a Beirut. Al minuto dello scoppio, alla distruzione, al silenzio in cui ora giace la capitale di un Libano provato, stanco ma in piedi lo stesso, come il suono di quel pianoforte tra i rumori delle macerie. Ero al porto. I camion sfilavano. Il sole cuoceva il molo arrugginito. La nave era ferma; imponente e serena cominciava a inghiottire macchine e passeggeri. Ero al porto. Stavo per solcare il mare ed arrivare in Grecia con quattro borsoni. Sulla nave ascolto il telefono vibrare di chi cerca notizie del viaggio, delle otto ore da passare. Otto ore e mezza comode su una poltrona con l’unica preoccupazione di guardare quei bagagli.
C’è chi di braccia di mare ne attraversa di diverse, chi non sa quanto tempo può metterci. Altro che poltrone. Altro che otto ore. Altro che bagagli. Sotto un sole bruciante in gommoni colmi di vite; a nuoto attraversando il fiume Evros sul confine greco-turco: in cerca di asilo, in cerca di tregua, in cerca di accoglienza. Immagini di mille Geicault immortalanti zattere della Medusa sparse nel Mediterraneo, battenti bandiere diverse in cerca di un’altra, nuovo utero che possa accoglierle tutte, senza becere distinzioni e coatte imposizioni.
Non è un nostro merito essere nati in un’altra parte del mondo, la quale ci consente di prenotare un viaggio stesi dal letto della propria casa, bevendo un cappuccino e declamando rosari di banalità e ignoranza sul coronavirus. Non è un nostro merito. Non è nostro diritto -nostro cioè di noi che non abbiamo merito alcuno di avere la fortuna di poter prenotare i nostri viaggi- esprimere anche un solo giudizio su quelli che non si chiamano viaggi.
Ma chi potrebbe, ogni volta che si muove in un braccio di mare, non pensare a Loro? Dovrebbe soltanto guardare il mare aperto e tacere.
Sono al porto. Sono sul traghetto. Potrei essere nata in Libano. Potrei essere nata altrove. Potrei non trovarmi qui.