υπομονη

Sono in quarantena: devo aspettare l’esito del tampone che ho fatto oggi, dopo il mio ritorno dalla Grecia. L’ho fatto oggi e mi sembra che sia trascorso un sacco di tempo; invece no, neanche 24 ore. Hanno detto che l’esito verrà comunicato entro le 48.

Questo virus è come un tarlo che s’è insinuato nel legno delle nostre esistenze, il quale, beffardo e vorace, rosicchia quanta linfa può succhiare.

I miei giorni in quella terra dalle acque dal colore delle olive sono stati segnati dalle normative imposte dal Presidente della Regione Puglia prima e dal governo centrale dopo, ovviamente diseguali, che hanno scatenato il più disarmonico caos, il quale -e non vi dico che rabbia- ha determinato inesorabilmente le sorti dei giorni futuri.

E ora mi ritrovo in casa, in isolamento sulla mia mansarda -che per fortuna ho- ad aspettare un esito che determinerà le mie albe a venire. Faccio programmi sul mio rientro in una città del nord che mi ha accolta per quattro anni e mi ha vista lentamente allontanarmi nei mesi scorsi.

Faccio programmi che io stessa non so se potranno andare in porto, perché se già prima un senso di precarietà avvolgeva la nostra esistenza, come radice vischiosa che fagocita il corpo di una Dafne atterrita, ora della ninfa si scorge appena il viso, in quanto tutto il corpo è divenuto un solido arbusto, ancorato nel terrore d’un solo passo falso; piccolo balzo -sia esso dettato da incoscienza o mero accidente- il quale reca con se il rischio di inciampo; inciampo che porta il tarlo ad insinuarsi nel legno della persona che fu.

Ipomonì (υπομονη) dicono i greci. Pazienza. Attesa. 

Pubblicato da rhoserom

rosarianna97@gmail.com

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