Volere essere un giornalista e avere 20 anni (o poco più)

Secondo me un giornalista deve avere una vocazione. È un po’ come un medico. Non si studia medicina se non hai la chiamata – in senso etimologico – di dovere curare le persone. Non puoi passare dieci anni della tua vita a studiare se non vuoi diventare un Medico. Non puoi provare un test di medicina perché fare il medico vuol dire soltanto guadagnare sicuramente. Beh, così è il giornalista.

Io ho 22 anni (non voglio dire che tra meno di un mese ne faccio 23). Ne ho 22 e ho una scarsissima esperienza in campo. Però credo di avere una vocazione.

Quando faccio le interviste, mi emoziono (beh, poi dipende). Quando sento di come va la situazione nelle Case per anziani durante l’emergenza sanitaria o di quanto guadagna un rider (poveretto) o di cosa succede in Iran, io mi sento parte di questo mondo fottuto. E solo così mi sento viva. Ma credo anche che un giornalista non copi soltanto le informazioni mandate dall’agenzia di stampa.

Credo che ogni giornalista in un suo articolo debba fare un editoriale: sì, magari lo deve fare scarno, comprensibile, non per forza con figure retoriche (ma quanto sarebbe bello, però, se almeno tutti sapessero scrivere o almeno avere uno stile che non vuol dir mettere insieme soggettopredicatoecomplemento); ma, comunque, si deve vedere da che parte sta. E non soltanto per seguire la testata di riferimento dove egli scriva (o quella dove lo facciano scrivere).
Deve, moralmente, non solo esporre quanto accade, come uno scribacchino qualsiasi: ha il compito di informarsi e scrivere quello che succede, ma ha anche il dovere di non essere solo un copiatore di informazioni. Forse non tutti saranno d’accordo.

Credo che la formazione culturale di un giornalista sia necessaria come condizione primaria, come è anche riversare le sue conoscenze su quanto scrive. Io non potrei aspirare ad essere una giornalista se non avessi letto l’Inferno, tutto. O Landolfi. O D’Arrigo (tutto). O forse sì, ma non saprei scrivere. E comunicare vuol dire anche quello. E anche scrivere usando un ventaglio di vocaboli che non debbano per forza essere chiusi in poche parole chiave da cronaca.

Per questo lancio anche un appello a chiunque studi lettere e si senta un intruso in un mondo di mercato. Scrivete. Semplicemente scrivete. Usate il foglio come un mezzo per dire chi siete. Usate la punteggiatura come volete. La-Fallaci-scriveva-così. Perché un articolo non può essere stilisticamente bello? (E, a quel punto, anche soggettivamente).

Per me leggere righe scarne e anonime è come per un musicista sentire, non so, qualcosa che proprio non è nelle sue corde e che invece il pubblico medio, di solito, ama.

Avendo letto decine di articoli degli anni ’70 di Ginzburg e altri giornalisti de “L’Unità”, ho potuto vedere come loro portavano avanti un’idea e la esprimevano. Che poi pensavano che la Rivoluzione Iraniana fosse l’espressione della vincita contro il capitalismo e si sbagliavano di grosso ad esultare, è un altro discorso.

Ma anche le interviste della Fallaci sul “Corriere della Sera” erano lunghe pagine intere. E ora, perché sui giornali non dare spazio a lunghe parole e a una scrittura libera che però non diventi becera critica dell’altra parte politica, o un accavallarsi di voci di opinionisti incazzati che non riescono, poi, a prevalere?

Poi, ultima questione. Noto con dispiacere che i miei coetanei riversano un’intolleranza nei riguardi di questa santa professione. Forse per luogo comune, o soltanto perché dallo scoppio di questa emergenza sanitaria tutti tendono (e neanche) a informarsi un po’ di più su quanto accade, ecco, molti spingono a diffidare dai giornalisti. Perché, si sa, diffondono allarmismo o fake news.

Ma come si può vivere in un mondo dove regnano centinaia di vie di comunicazione, senza fidarsi di alcune testate e, quindi, di firme che possano ancora valere più dell’articolo postato su Facebook e avere qualcosa di serio da dire?

Non credo che sia finita qui. E credo che dovrebbe esistere anche un percorso di studi più intelligente per arrivare a scrivere su un giornale. O almeno un’alternativa a spendere migliaia di euro con master che, sì, ti aiutano a trovare una direzione ma, ma.

Ora ci costruiamo tutto noi. E forse io ho anche, per non so quale strana combinazione di astri, o quale gioco fortunato, incontrato giornalisti fuori dagli schemi di un copia e incolla.
O che, comunque, mi fanno porre domande. E non è poco.

Ma, dicevo, ora ci costruiamo tutto noi: sulle nostre scarne spalle, piegati in pochi metri quadri di una stanza che ora è diventata luogodilavoroaulastudiocucinabagno. 400 euro al mese per un letto a soppalco, cantavano gli Zen Circus. Ed è proprio così.

400 euro al mese per costruirti un futuro in un mondo che proprio a noi, studenti universitari, ventenni o poco più, certezze proprio non ne dà. E questo non credo sia un luogo comune.
Perché tutti parlano (e come biasimarli) – il Primo Ministro compreso – delle scuole. Delle scuole primarie. Delle scuole medie. Dei licei. Del 7 gennaio e della didattica in presenza.
Ma degli universitari nessuno parla mai, proprio loro che tra pochissimi anni, saranno la nuova classe lavoratrice. E neanche (e soprattutto) di quelli fuori sede.
Quelli che, come me, la mia coinquilina nell’altra stanza e l’altra pure, sono chiusi in quattro mura e si fanno forza a vicenda su un domani dove non si sa dove metteremo le mani (questa volta non c’è bisogno che dica chi lo ha detto).
Forse ce le metteremo nei capelli. In quelli stessi capelli che non laviamo da giorni un po’ perché non usciamo, un po’ per ottemperare a scadenze che cominciano a diventare tante. Cominciano a sommarsi gli esami e i tentativi di una ricerca di stabilità economica. Il tutto con 300 euro al mese anche per mangiare e per pagare anche la Tari in un’unica rata (i bolognesi sapranno).
Ma, ripeto, di questi ventenni o poco più, che cercano di disegnare il proprio futuro, non una parola, mai, nelle dirette per i nuovi Dpcm.
Di quelli che, come me, stanno perdendo la vista (e un computer) tra i libri e tra il lavoro online (e, spesso, anche facendo tutto insieme, contemporaneamente). Senza pause.
Perché noi, abbiamo una vocazione. E andiamo avanti, nelle nostre stanze, senza soldi ma pieni di sogni.

Non vediamo un euro. Ci basta un «bravo».
Ma su di noi, popolo universitario, tutti tacciono.

E, ripeto ancora: ci costruiamo tutto noi.

E per noi intendo tutti. Ma soprattutto chi cerca, come me, di capire cosa si faccia per poter andare a dare la voce a chi non può e anche a chi la vuole semplicemente e volontariamente dare, e noi facciamo da megafono.

Un futuro giornalista, giustamente, può scegliere anche di non studiare. O di studiare giurisprudenza. O scienze politiche. Io non potrei non fare Italianistica (e questo ignorante correttore mi sottolinea anche la parola in rosso – e ho detto tutto).

Perché, secondo me, non si può vivere (né scrivere) senza leggere poesie o senza guardare il quadro che sta dietro Conte mentre parla da Palazzo Chigi. Non si può vivere senza sapere che quella è una copia di Raffaello delle Stanze Vaticane. O forse sì. Ma che vita di merda.

Pubblicato da rhoserom

rosarianna97@gmail.com

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