A volte si creano legami come scariche di elettricità in fili di luce. Diventiamo come automi tenuti su dal sale del mare e da una corrente altra che rincorre le vene, che sostiene e trattiene, esalta e non fa cadere, anche sugli scogli, anche in bilico tra l’ago di un riccio e una vespa in cerca di sangue e di miele.
Si creano legami che non ti aspettavi, né ricercavi; in un giorno qualunque, nel tuo posto del cuore ti scontri con vecchie presenze e, insieme, t’imbatti in persone nuove con cui dividere i giorni, farli a pezzi, ingoiarli, trucidarli, inglobarli.
Puoi incontrare ragazze e ragazzi greci, tedeschi, inglesi. Oppure – ti chiedi come – rincontri e riconosci chi con te aveva già condiviso spazi, amicizie, tempo, ma come senza guardarsi: di questi sapevi nome e cognome, età e discendenza, di sfuggita anche il nome di chi con loro aveva passato una notte, o un giorno, o una gita.
Di colpo, per quello strano gioco che fa lo spazio con il tempo, il tempismo con la coincidenza, le stelle con i pianeti – per serendipità – con questi ti trovi a condividere un posto, tuo per definizione, per paradigma. Questo posto si chiama Grecia ed è il mio luogo nel mondo, come tutti ne hanno uno, che può essere anche casa propria, casa del vicino, la lettiera del gatto domestico o la strada per un meno fortunato felino.
Un posto di vacanza che diventa casa, casa al mare che si vede dalla casa, casa come affetto, presenze, animali domestici, aneddoti d’infanzia; famiglia allargata che mette le mani nella pasta dei panzerotti per dare forma a una stagione, a un’età, a un periodo storico come questo.
Con quelle persone di ieri e di oggi vivi la tua settimana; ed è così che si compiono i miracoli.
Come quello di trovare un vecchio telefono rotto, Ericsson, simbolo metaforico di contatto tra mito e presente. Un cellulare sfasciato e pregno di salsedine, come quel materassino sgonfio a forma di telefono con cui un tempo, tra le onde, digitavo – con mio padre – il numero di mia madre che ancora ricordavo, prima che la voce di un’altra donna mi rispondesse cancellando la sua e la traccia di lei in quel 339.
Trovi un telefono su una isoletta che raggiungi a nuoto, piena di tronchi spezzati chissà da quali flutti e alberi dagli strani frutti, respirando la presenza dell’assenza di quanti – sempre lì – hanno ferito piedi, in quelle stesse alghe hanno intrecciato gli occhi, sulle stesse rocce hanno sbattuto ginocchia.
Trovi un telefono e si è compiuto il miracolo. Il miracolo della corrente elettrica che ti tiene su e non ti fa cadere anche senza sonno e senza forze. Il miracolo di chi scopre un posto miracoloso e di chi a loro lo fa scoprire, insieme alla sensazione di conoscersi da sempre; la percezione di una generazione nuova che si affaccia e fa propri gli stessi colori che sono stati attraversati e toccati da persone vicine, amate, perse.
Miracoloso è anche questo: fare un bagno e parlare di queste presenze che sempre accompagnano ogni bracciata, pensare a loro e ad un comune passato dove esse hanno bazzicato, tra amicizie incomprensibilmente perdute e irrimediabili decisioni – per noi – incomprensibili.
È miracoloso parlare di loro, ritrovandoci noi, non prima ma ora: in un estate a caso, a 24 anni, in un anno qualunque, durante una pandemia che per una settimana abbiamo scordato.