I giorni passano come passa il ciclo. Quel ciclo che, ogni mese, aspetti, attendi, speri, scongiuri, utilizzi, imprechi, sprechi.
Alessandro Leogrande parlava di «sudismo» come di una qualifica di segno negativo in opposizione al «meridionalismo»: il primo era attribuito agli afflati neoborbonici del tutto speculari al leghismo degli uni; il secondo si ergeva a erede della nobile catena dei meridionalisti di tempi altri, da Manlio Rossi-Doria a Gaetano Salvemini.
Mi ritrovo a pensare a queste sue battute, venerdì 3 dicembre, il quarto giorno del mio ciclo mestruale: mi è arrivato di martedì, annunciato da fitte e bruciori; è andato avanti per il mercoledì e non si è invero arrestato il giovedì, giorno in cui sono andata a vedere l’ultimo film di Sorrentino, in compagnia di una leggera cistite e delle mie compagne di brigate cinefile, in un cinema d’essai degli anni Sessanta di non più d’una sala – con platea e galleria – nella via di Giorgio Morandi, a Bologna.
Ed è lì che, gli occhi verso lo schermo, si è consumato il clic.
Il film è l’autobiografia del regista, colorato dal profumo di Napoli in ogni sua forma e del Sud in ogni sua declinazione. Non manca niente di questo Meridione: parenti bizzarri che destano l’ilarità degli astanti più giovani e non; case piene di Sante, Madonne, latticini e arance; simboli e miti collettivi che da Ernesto de Martino al 2021 non sono poi così tanto cambiati.
E poi, sempre lei, l’urgenza di una fuga per «sfuggire dalla realtà», da quel hic et nunc che proprio no, non ci piace.
Questo bisogno lo descrive magistralmente, Sorrentino, da uomo del Sud che dal Sud si muove e va, per poi tornare a rimuginarci sopra come lui sa fare: con un film su di lui che di lui parla, sotto il falso nome di Fabietto, alter ego dei figli orfani di un Sud freudianamente materno.
E sìsì, ha ragione Zerocalcare che nonsipuòcercarefuoriquellocheci mancadentro, ma qui si tratta di una palla di cannone che da Reggio Calabria/Bari/Foggia/Palermo/Potenza, costantemente, muove verso Roma/Milano/Bologna/Torino.
Qui, parliamo di mezza Italia che va nell’altra metà dell’Italia.
Sorrentino nel film E’ stata la mano di Dio, descrive questo vettore dal Sud al Centro-Nord, corredandolo di uno spiazzante realismo che, talora si veste di crudi luoghi comuni (tanto vigorosamente combattuti quanto resistenti), talaltra si sveste divenendo messa a fuoco di una donna picchiata e in cerca, anche lei, a sua volta di una migrazione verso un altrove.
È questa donna bellissima ad aprire il film, mentre viene fermata da San Gennaro e condotta dal monacello, il monaco bambino con tanto di saio e cappuccio, la cui epifania chiuderà la proiezione in un cerchio perfetto.
Il film racconta la storia di una famiglia comune, la quale viene spezzata dalla notte al giorno: la madre muore, la prole accorre sfrecciando in autostrada, il padre decede in ospedale, il figlio si dispera, i medici piangono.
Il tutto è raccontato dalla prospettiva di Fabietto che urla: orfano, è solo ma anche «libero», come qualcuno gli ricorda. Dunque, saluta il fratello, il quale – in opposizione – decide di restare.
Dal momento della scomparsa dei genitori Fabietto cresce, in una parabola da Bildungsroman cara anche al Sorrentino di This must be the place: come Cheyenne, orfano, nel finale del film, accendendo la sigaretta, segna il punto di rottura con l’infantile che non voleva accantonare e torna, così Fabietto Schisa, da orfano, si fa adulto e va.

Va Fabietto, su un treno verso Roma e il film si chiude sulle note di Pino Daniele. Va Fabietto, lasciando Napoli che è la sua infanzia, è suo fratello che ha deciso di restare, è la Marchesa che lo inizia anche sessualmente alla vita adulta, è Maradona, è la Zia Patrizia.
Va, avendo compreso quella che – chissà – in una lingua inventata potrebbe essere la vera etimologia della parola Sud: Sudismo è Sudore.
Sudismo: questa volta in accezione diversa da quella che le dava Leogrande, appartenenza a una terra con usi e costumi altri, linguaggio di segni diversi dalla Capitale in giù.
Sudore: come le goccioline che i figli del Mezzogiorno devono vedersi colare sulle tempie per raggiungere i loro propositi e i loro salti in pianure altre, Padane e non del Tavoliere.
Sudismo è Sudore. E Sorrentino, questo, lo sa.
E, questo, è tutto.