Dicembre è il mese del Natale. Spesso, però, è anche quel mese dove stereotipi e luoghi comuni strimpellano sulla lingua dei più e dei meno, di ogni colore politico e di ogni gruppo sindacale, amatoriale, solidale. Strimpellano e danzano anche tra i banchi e le minestre delle cene per i poveri, così come si infilzano tra le forchette delle tavole buone e tra le molliche del panettone dei pranzi piccolo-borghesi. In città come in provincia. Ma, in provincia, di più.
Qui potete leggere una veloce ironica mia rassegna di questo tipo di frasi sentite qualche Natale fa.
Se poi sei una donna, ogni anno, ti capita in misura maggiore di sgranare gli occhi davanti a certe frasi, battibecchi, questioni che ti servono davanti insieme all’agnello con le patate, le quali colpiscono come se fossi costretta a deglutire quell’agnello se fossi vegana.
Volontariamente taccio queste sopraffazioni a partire dal mansplaining nell’ambito lavorativo, per concentrarmi su quelle che accadono (e accadranno, ahimè) durante questo periodo natalizio, di famiglia e baccalà.
Ne ho già sentite di ogni, ché non potevo metterle in un solo pezzo a feste finite.
Cominciamo, dunque, dalla prima che mi viene in mente: l’uso della parola soubrette da parte dei cosiddetti boomers per indicare – senza troppe distinzioni e sottigliezze – in senso lato le donne dello spettacolo. E, intesi, dalle conduttrici radiofoniche, alle presentatici, alle giornaliste.
Se sei donna e vai in televisione, o compari di fianco a un uomo, con o senza tacchi, con o senza quello che vuoi – tristemente – potrà capitarti di essere definita (all’alba del ’22) soubrette.
Spero che questa constatazione vi faccia storcere il naso, ché vorrà dire che non v’è mai capitato di essere davanti a una delle tante definizioni che masticano nelle bocche troppo grandi di maschi troppo poco al passo coi tempi, i quali – spesso – si sentono anche progressisti e, per questo, sentono il diritto di spiegare e affibbiare – quando non richiesto – attributi non appropriati a donne di cui nemmeno conoscono la storia.
Senza sapere che c’è un termine per indicare parte di questo comportamento tossico: mansplaining, appunto.
Nella sopracitata occorrenza, con tutte le differenze del caso, nella misura in cui un uomo spiega a una donna terza o a un gruppo di donne, il motivo dell’attributo da lui affibbiato alla prima senza che nessuno gli ha chiesto di farlo. E a chi, tra gli altri, per di più, si presuppone ne sappia un po’ di più, anche solo per il fatto di essere o considerarsi donna. La questione è poi complicata dal fatto che l’appellativo gratuitamente inflitto è considerato anche negativo.
E, intesi, queste frasi non è che capita di sentirle solo a dicembre. Sarebbe già quasi un traguardo. A Natale, però, questo cortocircuito spesso si intensifica.
Bene, vediamo cosa queste Feste ci riserveranno.
Magari, anche voi, maschi, leggendo queste righe presterete più attenzione. E, perché no, anche al sesso opposto male non fa, dato che un secondo capitolo di questa storia potrebbe intitolarsi Di come le donne etero guardano le tette delle donne.