Mimose, odio, terrore.
Dopodomani è la festa della donna. Questa cosa mi mette tremendamente ansia. Per tanti motivi. Perché ti fa chiedere che vuol dire innanzitutto essere donna. Perché già che esista una “festa” della donna vuol dire che c’è una differenza. Una differenza che implica che uno è diverso dall’altro. Che la donna ha anche bisogno di una festa per essere tutelata e protetta.
C’è l’ansia di scrivere qualcosa di sensato sul giornale. Intervistare donne. Far vedere che le donne fanno cose. Che sono in grado di fare cose. Come se bisognasse dimostrarlo a tutti i costi. E anche io mi ritrovo in questo corto circuito di voler proporre di scrivere di donne.
E i giornali si tingeranno di rosa dicendo che le donne fanno cose.
Che ora c’è la Meloni e la Schlein che sono donne. Che le donne sono brave nelle materie Stem più degli uomini, quando le fanno. Che quando parlano sanno dire la loro meglio dei maschi.
Ma è questo senso di dimostrare a uomini che le donne fanno cose che porta a pensare. Perché mentre penso a cosa scrivere per l’8 marzo rifletto anche sul gap che io stessa forse rappresento.
Perché mi sento che sto con un piede a terra e uno nel vuoto, che se lo poggio cado in un dirupo. Potrei fare un salto per arrivare dall’altra parte. Potrei farcela, ma c’è anche la probabilità di cascare giù. Cascare giù con le paure.
Oppure puoi buttarti e appenderti alla roccia, come nei cartoni animati. E alla fine arrivare dall’altra parte. Quella dove c’è una stabilità. Dove puoi dire: beh sì, dai, forse la sindrome dell’impostore è una stronzata. Hai studiato, ti sei laureata, sarebbe bello non fosse così utopistico non dover aspettare altri vent’anni per sentirsi gratificate, economicamente e umanamente.
Invece il burrone che hai davanti fa sì che pensi che la strada è ancora lunga. Che se non sei sempre disponibile nessuno ti chiamerà più. Che devi mangiarti le mani e sudare quindici camicie e forse qualche ponte scenderà giù dal cielo, a unire le due estremità del dirupo.
Il giornale si dovrebbe tingere di rosso e sporcarsi delle mestruazioni che ogni mese noi abbiamo.
Non dovrebbe, forse, elogiare qualcuna, ma raccontare di tutte. Parlare del fatto che le donne fanno cose. Ma con il triplo della fatica se hanno le loro, di cose. Nelle mutande. Quando qualche goccia di sangue rompe l’idilliaco desiderio del corpo perfetto, destando disgusto nel maschio medio.
Per esempio. Dire che ogni giorno sentiamo nelle orecchie retaggi antichi, che scontiamo il macigno di anni di stirature di camicie e lavature di piatti. Perché all’Università siamo sempre le più brave, ma la commissione di laurea che esamina le brillanti studentesse ha i pantaloni.
Per togliere la faccia di sorpresa e compiacimento quando dici che hai 25 anni, fai cose, sei donna, hai il ciclo. E il tuo corpo viene sessualizzato.
Perché se sei in giro e c’è vento capita di sentirti dire «ti sbatterei più del vento». E allora come ti senti? Disgustata o talmente sexy da non poter fare un passo? Cat calling o un modo per fare un complimento?
Provate per un giorno a immaginare un mondo alla rovescia. In questo, invece, le donne sono così poche che non sono abituate a dividere lo spazio lavorativo con altre donne e quasi si compiacciono ad arrivare prima delle altre. Sorelle.