Essere precari e cani randagi

Essere precari ha il sapore di una sigaretta fumata sul balcone della tua casa in una città che è diversa da quella dove sei nato. E che quindi ti fa pensare che, anche mentre scrivi, devi correggerti: perché quella non è la tua casa. È una casa in affitto (sì, certo, come tante, anche quelle in affitto che puoi prendere nel tuo, di paese). Ma è una casa che è anche simbolo di riscatto in potenza, soprattutto se vieni dal sud. È il simbolo delle valigie chiuse mettendoci il culo sopra, perché sono sempre troppo piene. Anche se, a volte, in certe occasioni capita che sei stanco pure di portarti dietro tutto. E quindi parti col necessario, che tanto c’è sempre tempo per scendere e riempire.

Essere precari ti insegna anche a farti bastare le cose. Anche se hai poche magliette estive e invece in quell’altro armadio da un’altra parte hai tanti altri vestiti: ci sono quelli di tua madre e alcuni con il cartellino, persino; altri ancora che mai metterai.

Essere precari ti insegna a saper perdere le chiavi, le cuffie, l’abbonamento della metro. E no, non solo perché siamo sbadati. Ma perché ci muoviamo a volte tanto e prendiamo diversi mezzi di trasporto e ancora perché abbiamo il cervello sempre pieno. Essere precari ti insegna a perdere gli oggetti e farne a meno.

Essere precari vuol dire vivere due periodi, ecco: quello in cui ti muovi tanto e perdi tutto; quello in cui sei fermo. Essere precari ti insegna la pazienza di dovere aspettare. Essere precari ti insegna a sederti e stare da sola. E fumare tre o quattro sigarette.

C’è, tra questi due periodi, qualcosa che li lega: la mente non smette di pensare. Ed è vero, quando sei di fretta, quando hai un lavoro che ti tiene occupato (o magari più di uno insieme perché a fine mese ci devi pure arrivare) pensi di pensare di meno, pensi che ci penserai tra un mese, quando quel lavoro finirà. Ma comunque pensi e pensi che c’è una data di scadenza e che tu devi combattere come un cane che non può mollare il suo osso, perché se l’è andato a cercare da solo, in un bosco. Poi c’è l’altro periodo: inizi a pensare tanto e forse troppo, quando arriva l’attesa.

Essere precari vuol dire sentire ogni giorno chi puoi (Fai quel che devi, succede quel che può, diceva Goffredo Fofi) per tenere la mente occupata, per mantenere l’attenzione vigile, perché proprio non lo puoi mollare quell’osso.

Essere precari ti insegna a conoscere altra gente fuori dalle bolle lavorative, che ti parlano del sudore della fronte e della fortuna che hai se nasci in un punto o l’altro della linea dell’equatore. Ma anche se hai il padre sbirro, medico, avvocato, o muratore.

Essere precari ti insegna che c’è sempre qualcuno che nella corsa parte da una base di lancio più vicina al traguardo. Ma anche che c’è chi alla base a volte non riesce nemmeno ad arrivare.

Essere precari significa anche conoscere altri precari che, a differenza di altri che vogliono toglierti l’osso, ti offrono parte di quello loro, insieme a un numero di telefono. Essere precari e vivere l’attesa ti fa amare queste persone. E ti fa sì dire che mai vorresti fare il contrario anche tu. Perché stringersi nella stessa parte di mondo fa sentire il vento anche nell’estate romana. Anche se i cani randagi restano randagi e quelli col pedigree avranno sempre un lavoro.

Pubblicato da rhoserom

rosarianna97@gmail.com

Lascia un commento