La madre, la figlia, le donne. Le nonne, le catene, la guerra. Il Dopoguerra, l’America, la Resistenza. Il voto.
Ma ancora: le mani, le botte, il sangue. Il pane, i soldi, il lavoro.
Gli uomini. Le donne.
«Stai zitta». La bocca è chiusa ma canta lo stesso. Il passo, la corsa, il traguardo. Il filo che intreccia silenzioso il tessuto. Le mani che cuciono: la camicia e la storia. La vita di una figlia e di una mamma che prova salvarla.
Il privilegio di essere nati maschi. La sfortuna di essere nate donne.
Le donne possono salvarsi a vicenda, unite dal pugnale di anni di bocche cucite e senza nomi?
Non lo so, mamma.
Sai, in questa terra bruciata e cattiva, dove c’è una guerra ogni giorno, ieri è morta un’altra ragazza. L’ennesima. Si chiamava Giulia, anche lei. Come altre. E porta il nome di tutte.
Ma io sono stanca della retorica del: «Lo sapevamo tutte».
Dov’è scritta?
Certo, in anni e anni di patriarcato, dove l’uomo ha alzato la mano, oltre al pisello. E ha pensato che la sua forza bruta gli fosse dovuta. Per schiacciare. Per calpestare noi tutte.
Mamma. Tu che pensi di questo? La tua mamma, mia nonna, ieri piangeva a sentire dell’ennesimo femminicidio. Lei, nata nel 1932, che ha visto la guerra e l’armistizio. Ha visto il voto e la speranza. Lei, che ha cresciuto tre figlie e le ha lasciate libere di vivere, di prendere aerei e biglietti, di trasferirsi altrove, di respirare.
Lei, che ha visto una figlia morire. Lei che ti ha vista morire. Lei che ha visto spegnere i tuoi occhi ammazzati da un tumore che ti ha colorato il sangue di nero. Lei. Ecco, lei non si capacita che la morte di una donna possa essere procurata dalla mano di un uomo.
Lei, del 1932. Degli anni di «C’è ancora domani».
Mamma, ma c’è ancora domani?
Noi che abbiamo poco più di vent’anni, per esempio. Noi che siamo a cavallo tra l’adolescenza e l’età in cui qualcuno ci dice che bisogna anche pensare a gonfiare quella pancia per metterci un figlio. Senza che nessuno glielo chieda, s’intende. Magari maschio, bianco, etero. Magari lo stesso che ti alza la gonna e ti toglie la voce.
Sì, certo, anche «a bocca chiusa» cantiamo. Ma non basta.
Ecco, anche noi, insieme a «tutte noi» di ogni età. Anche noi, ancora, siamo soffocate da frasi, battute, credenze. Da uomini figli di uomini a loro volta figli di uomini che hanno dato per scontato il loro venire prima.
È quello squarcio nel petto che ogni donna continua a sentire quando un’altra muore. È questa ferita che perde sangue ogni volta. È tutto questo che i maschi non riescono nemmeno da lontano a intercettare.
E, intanto, la rabbia, cresce.
Sembra che nulla si possa più dire; ma che in ogni caso quella mano dell’uomo continua a battere i suoi colpi sui corpi. E a continuare a colonizzare le donne, come fossero una terra da occupare, calpestare e piantarci case e copie di idee.
Ecco, mamma. Il fatto è che mi sono stancata di questa retorica. Io non voglio che tutto questo sia scontato. Non voglio più sentire: «Lo sapevamo tutte».
Vorrei che quella rabbia la sentissero anche gli uomini. Che in una futura generazione il mondo di Barbie fosse realtà. Che gli uomini provassero anche solo per un giorno gli anni di sfruttamento che stiamo ancora scontando.
Che ci fosse un pezzo di storia senza uomini a cavallo. Ma con donne con i mitra.
E invece per qualcuno è ancora strano se un uomo stiri le (sue) camicie. E ci sono ancora donne pronte a mettere il piatto caldo sotto al naso di quegli (non tutti – si spera -) stronzi.
Altro che flash mob sit-in manifestazioni proteste scioperi cortei rivendicazioni minuti di silenzio.
Hanno stufato anche quelli.
Basta ad aprire la porta, basta a chiedere scusa.
Per cosa, poi?
«Per il vestito corto;
per un uomo nel letto;
per il vino nel corpo;
per aver scherzato;
per aver riso;
per aver giocato;
per aver studiato».
Ma, a voi (uomini assassini), tutto è dato; tutto è scontato.
(«Se non volevi essere stuprata, non dovevi venire proprio»).
Per voi (uomini assassini) è scontata anche la morte di una donna.
Scrollate le spalle, vi grattate le palle.
Ma quello della donna che avete ucciso – quel volto – vi tormenterà. E lo rivedrete in tutti i nostri sguardi. Rivedrete i vostri sbagli. Rivedrete il sangue, la carne, il cuore che smette di battere e la morte servita su un piatto, in mostra.
Eccola, quella si chiama colpa: è solo la vostra.